Vini di Liguria

Vini di Liguria
Prodotti tipici liguri

Vini di Liguria

La Liguria è terra variegata, dal punto di vista sia orografico sia culturale: terra da vertigine quanto di rassicuranti orizzonti marini; uomini ermetici ma unici nel saper comunicare i meandri dell’essere (molta poesia italiana del Novecento è stata qui o è passata da qui). Sicuramente l’anima di chi si avvicina a questi posti di fronte al mare viene percorsa da contrastanti vibrazioni, difficilmente rimane indifferente, a volte fugge altrove, altre resta avviluppata a questi dirupi: la vertigine dentro di te, l’orizzonte del mare di fronte a te, non c’è altro luogo che possa appagarti in un così contrastato sentire, adesso l’Altrove è di chi rimane qui di fronte a questo mare. Chi vive la Liguria, quotidianamente tende a smussare, sfumare, raramente fa trapelare le emozioni verso la propria terra, se non nel momento dell’abbandono, della lontananza. Una forma di pudore? La mia Liguria sono le Cinque Terre, Riomaggiore in particolare; da viticoltore ho ancora la memoria dei sentieri “viaei” percorsi da uomini e donne incolonnati, troppo stretti per andare in ordine sparso, vocianti, intenti a comunicare impressioni sul lavoro dei campi, i “cian” tra muretti a secco e rocce affioranti, dove lo scorrere del tempo era scandito dal ciclo vegetativo della vite. La memoria, appunto. Attualmente il viticoltore è solo, tra poche fasce coltivate e la macchia mediterranea che avanza. L’umano vocio, trasferito nei borghi viene amplificato dai milioni di turisti che invadono i nostri paesi. Gli argomenti di conversazione riguardano le presenze turistiche e le loro capacità di spesa. Il territorio sta cadendo a pezzi; insieme alla memoria di chi lo ha costruito non riesce più a farsi “corda viva” nel vissuto di chi il futuro lo vede ancora tutto di fronte. Se i vini sono il racconto del territorio attraverso i vitigni, messi in scena dal viticoltore, nei vini liguri si dovrebbero evidenziare forti contrasti, tra dolci profumi di macchia marina e austere spine dorsali minerali. Non è sempre così. Molte volte sono vini costruiti per il gusto dei milioni di turisti che scivolano sulla nostra regione: bisogna dar loro un bicchiere di vino che non ponga questione più di tanto, “non voglio noie nel mio locale”. Si nutrono della rimozione del mondo contadino, vengono elaborati dal furore enologico, appartengono alla fase “dell’assassinio del padre” da cui ogni comunità deve passare per poi onorarne la memoria. A volte, stranamente, è così. Ultimamente incontro viticoltori che stanno rinnovando il discorso enoico sul palcoscenico del bicchiere ligure, uomini e donne colti in percorsi del tutto personali: per loro l’enologia diventa un mezzo, non un fine. Sto assaggiando vermentini salsoiodici, ricchi di sapori; pigati insinuatisi nelle vene della roccia; rossesi di Dolceacqua che sembrano usciti dalla penna di Francesco Biamonti; vini provenienti dalle Cinque Terre emananti scisti iodati e odorosa macchia mediterranea arsa dal sole: vini della luce nella terra della luce. Si direbbe il “tempo ritrovato” e anche il territorio ritrovato, in questi vini i padri sono ampiamente citati. La funzione del Vino, quando non è “bibita enologica”, consta di una grande capacità affabulatoria, dove “i luoghi detti” si sono incarnati nelle persone che li hanno accuditi e costantemente immaginati al futuro: “noi saremo stati” questo il tempo intriso in un Vino degno di questo nome, non la mera nostalgia, ma la trasposizione del passato in futuro, oltre l’omologazione del presente, che ci trasforma in mercanti del nulla, attori di un racconto svuotato. Invito gli amanti del buon bere a porsi su questi percorsi, proprio perché ciò che distingue il nostro Paese è la “differenza” di uomini, territori e vitigni amalgamati in un unicum da migliaia di vini.